I beni di interesse storico artistico vengono tutelati affinché siano impediti utilizzazioni o interventi che ne riducano o distruggano il valore potenzialmente pubblico, in quanto essi rappresentano una traccia significativa della storia, dell’arte o della cultura.

 

I beni mobili vengono tutelati mediante la notifica del vincolo al proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo (previa comunicazione al medesimo soggetto dell’avvio del procedimento volto all’imposizione del vincolo, affinché possa prenderne parte mediante la proposizione di eventuali osservazioni) e l’inserimento in elenchi depositati presso le Sopraintendenze.

 

In ipotesi di beni immobili (edifici, ville, giardini, parchi d’interesse artistico o storico) dopo la notifica il vincolo viene trascritto nella conservatoria dei registri immobiliari.

 

Avverso la dichiarazione vincolistica è ammesso ricorso amministrativo da parte dell’interessato al Ministero entro trenta giorni dall’avvenuta notifica della stessa.

 

Qualsiasi intervento edilizio ad essi relativo deve essere preventivamente sottoposto ad esame dell’autorità competente e può essere attuato dopo il rilascio di apposito nulla-osta. In mancanza, l’eventuale titolo edilizio, seppure rilasciato, è inefficace.

 

Le opere edilizie abusivamente realizzate su beni immobili sottoposti a tutela sono repressi con particolare rigore tanto sotto l’aspetto amministrativo, quanto sotto l’aspetto penale.

 

I beni di interesse storico artistico ricadono nella più ampia definizione di “beni culturali” contenuta dapprima nel previgente D.Lgs 29 ottobre 1999 n. 490 –“Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di beni culturali e ambientali” e poi nel D.Lgs 22 gennaio 2004 n. 42 “Codice dei beni culturali e del paesaggio”, entrato in vigore il 1° maggio 2004, (abrogando tutte le disposizioni previgenti in materia).

 

Già, dunque, con il citato D.Lgs 490/99 si era compiuto il primo tentativo di racchiudere in un unicocorpus normativo sia la disciplina concernente i beni storici artistici, sia quelli ambientali e paesaggistici, riunendo e coordinando la normativa che negli ultimi sessanta anni è stata varata a salvaguardia del nostro patrimonio storico-culturale.

 

Come era già accaduto con il D.Lgs. 490/99, non si è trattato soltanto di un lavoro di assemblaggio, ma si è colta l’occasione per ampliare il concetto di “beni culturali”.

 

Sulla base del principio che come tali possono essere identificati tutti quei beni che rappresentano “testimonianze aventi valore di civiltà” (art. 2), il Codice dei beni culturali, sulla scorta di quanto già avesse fatto il Testo Unico del 1999, ha esteso la salvaguardia anche alle fotografie, agli audiovisivi, agli spartiti musicali, agli strumenti scientifici e tecnici, etc. Un elenco suscettibile in futuro di essere sicuramente ampliato.

 

Particolare novità riguarda lo snellimento delle procedure per gli interventi edilizi su immobili vincolati.

 

Invero, nel caso in cui gli interventi autorizzati dal Soprintendente necessitino anche di titolo edilizio, è possibile ricorrere alla denuncia di inizio attività (art. 23).

 

Si ricorderà che le procedure semplificate erano state sempre escluse per i beni sottoposti a tutela (ad esempio, l’art. 48 della legge 457/78 escludeva l’istituto del silenzio assenso sull’autorizzazione edilizia; l’art. 7 della legge 94/82 escludeva l’applicabilità dell’autorizzazione; art. 26 della legge 47/85 impediva il ricorso alla semplice comunicazione; art. 2, comma 60, della legge 662/96 escludeva l’applicabilità della DIA).

 

Nell’ottica, dunque, della semplificazione delle procedure, il D.Lgs n. 42 prevede che, una volta assicurate tutte le garanzie ai fini della conservazione e dell’integrità del bene, non vi siano aggravamenti procedurali sotto il profilo edilizio, in conformità alla disciplina edilizia vigente.

 

A tal proposito, l’art. 22 del TU 380/2001 ha esteso l’ambito di applicabilità dell’istituto della DIA a tutti gl’immobili tutelati disponendo, in via specifica, che la realizzazione degli interventi previsti dai primi tre commi dell’art. 22 medesimo (ossia quelli disciplinanti le ipotesi d’intervento realizzabili mediante semplice denuncia) che riguardino immobili sottoposti a tutela storico-artistica o paesaggistica-ambientale, sia subordinata al preventivo rilascio del parere o dell’autorizzazione richiesti dalle relative previsioni normative.

 

Il successivo art. 23 precisa che, qualora l’immobile oggetto dell’intervento sia sottoposto ad un vincolo la cui tutela non compete all’amministrazione comunale (come accade nella specie, essendo l’autorizzazione rimessa alla sovrintendenza) “ove il parere favorevole del soggetto preposto alla tutela non sia allegato alla denuncia, il competente ufficio comunale convoca una conferenza di servizi ai sensi degli articoli 14, 14 bis, 14 ter, 14 quater, della legge 7 agosto 1990, n. 241. Il termine di trenta giorni di cui al comma 1 decorre dall’esito della conferenza. In caso di esito non favorevole, la denuncia è priva di effetti”.

 

Anche il D.Lgs 42/2004 prevede il ricorso alla conferenza di servizi (art. 25), disciplina che risulta estesa anche ai procedimenti relativi alle opere o lavori di qualsiasi tipo (nel precedente Testo Unico tale riferimento era esclusivamente alle opere pubbliche). E’ previsto che, qualora si ricorra alla conferenza dei servizi, l’autorizzazione sia rilasciata in quella sede dal competente organo del Ministero con dichiarazione motivata, da acquisire al verbale della conferenza, contenente le eventuali prescrizioni impartite per la realizzazione del progetto.

 

Per quanto riguarda l’espropriazione dei beni culturali, il D.Lgs 42/04 conferma, sostanzialmente, la disciplina già contenuta nel previgente Testo Unico 490.

 

La pubblica utilità per promuovere la procedura espropriativa di un bene culturale risiede nell’ “importante” interesse a migliorarne le condizioni di tutela ai fini della fruizione da parte della collettività.

 

Il procedimento, solo in parte derogatorio a quello generale, prevede che l’autorità competente sia il Ministero, il quale può comunque autorizzare, a richiesta, le regioni, gli altri enti pubblici territoriali nonché ogni altro ente pubblico ad effettuare l’espropriazione.

 

La pubblica utilità deve comunque essere dichiarata dal Ministero o, nei soli casi in cui possono essere acquisite aree o edifici perché è necessario per isolare o restaurare monumenti, assicurarne la luce o la prospettiva, garantirne o accrescerne il decoro o il godimento (art. 96), dalla regione.

 

L’indennità di esproprio è collegata ai valori di mercato.

 

Per il resto si fa espresso rinvio alle disposizioni generali contenute del DPR 327/2001 (Testo Unico in materia di espropriazione), quindi alla voce Espropriazione per un maggior approfondimento.

 

Gli appalti di lavori pubblici inerenti i beni culturali godono di una particolare disciplina, oggi contenuta nel D.Lgs. 22 gennaio 2004 n. 30 ‘Modificazioni alla disciplina degli appalti di lavori pubblici concernenti i beni culturali’, e prima nella legge 109 del 1994 (legge Merloni) che, proprio ad opera del D.Lgs 30/04, ha subito alcune modifiche.

 

La finalità di racchiudere la materia in una normativa speciale è quella di assicurare il soddisfacimento dell’interesse pubblico alla conservazione e alla protezione dei beni culturali.

 

Per quanto non disciplinato dal D.Lgs 30/04, si fa rinvio alla normativa statale e regionale in materia di appalti di lavori pubblici, contenuta nelle voci Contratti della PA e Opere Pubbliche.

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