Discorso di S.Em. Card. Carlo Maria Martini alla Chiesa ed alla Città di Milano, nella vigilia della festa di sant’Ambrogio, il 6 dicembre 1990.


Dal Libro della Genesi (21, 13-20):

In quel tempo Dio disse ad Abramo: “Io farò diventare una grande nazione anche il figlio della schiava, perché è tua prole”. Abramo si alzò di buon mattino, prese il pane e un otre di acqua e li diede ad Agar, caricandoli sulle sue spalle; le consegnò il fanciullo e la mandò via. Essa se ne andò e si smarrì per il deserto di Bersabea. Tutta l’acqua dell’otre era venuta a mancare. Allora essa depose il fanciullo sotto un cespuglio e andò a sedersi di fronte, alla distanza di un tiro d’arco, perché diceva: “Non voglio veder morire il fanciullo!”. Quando gli si fu seduta di fronte, egli alzò la voce e pianse. Ma Dio udì la voce del fanciullo e un angelo di Dio chiamò Agar dal cielo e le disse: “Che hai Agar? Non temere, perché Dio ha udito la voce del fanciullo là dove di trova. Alzati, prendi il fanciullo e tienilo per mano, perché io ne farò una grande nazione”. Dio le aprì gli occhi ed essa vide un pozzo d’acqua. Allora andò a riempire l’otre e fece bere il fanciullo. E Dio fu con il fanciullo, che crebbe e abitò nel deserto e divenne un tiratore d’arco.

CHI  SIAMO  “NOI”  E  CHI  E’  “L’ISALM”

Per noi intendo anzitutto il noi della comunità ecclesiale, della diocesi di Milano e, in seconda istanza, anche il noi della comunità civile cittadina, provinciale e regionale. Certamente il problema posto dall’Islam in Europa è molto più vasto.
Abbiamo avuto occasione di dirlo l’anno scorso, in questa stessa sede, parlando dell’accoglienza ai terzomondiali.
La presenza di numerosi gruppi etnici di fede musulmana nei nostri paesi europei comporta anzitutto una serie di problemi riguardanti la prima
accoglienza e assistenza, la casa, il lavoro. Uno sforzo che impegna tutti. Le comunità cristiane della nostra diocesi hanno dato prova questo anno di grande spirito di solidarietà. Tale compito di prima sistemazione in accordo con le leggi vigenti riguarda in primo luogo la comunità civile, sia
pure in collaborazione con le forze di volontariato.
Ma è evidente che tutti noi, comunità civile ed ecclesiale, non potremo limitarci in avvenire ai provvedimenti sopraindicati. Nasceranno via via nuovi
problemi riguardanti la riunione delle famiglie, la situazione sociale e giuridica dei nuovi immigrati, la loro integrazione sociale mediante una conoscenza più approfondita della lingua, il problema scolastico dei figli, i problemi dei diritti civili, etc.
Non entro direttamente in tali temi perché ho avuto modo di parlarne in diverse occasioni. Vorrei solo richiamare qui, prima di abbordare il tema
più specifico, un punto che mi è sembrato finora poco atteso e cioè la necessità di insistere su un processo di “integrazione”, che è ben diverso da
una semplice accoglienza e da una qualunque sistemazione. Integrazione comporta l’educazione dei nuovi venuti a inserirsi armonicamente nel
tessuto della nazione ospitante, ad accettare le leggi e gli usi fondamentali, a non esigere dal punto di vista legislativo trattamenti privilegiati
che tenderebbero di fatto a ghettizzarli e a farne potenziali focolai di tensioni e violenze.
Finora l’emergenza ha un po’ chiuso gli occhi su questo grave problema. In proposito, il recente documento della Commissione Giustizia e Pace
della CEI dice:

“Non va dimenticata la necessità di regole e tempi adeguati per l’assimilazione di questa nuova forma di convivenza, perché l’accoglienza senza regole non si trasformi in dolorosi conflitti” (Uomini di culture diverse, dal conflitto alla solidarietà, 25 marzo 1990, n. 33)
. E’ necessario in particolare far comprendere a quei nuovi immigrati che provenissero da paesi dove le norme civili sono regolate dalla sola religione e dove religione e stato formano un’unità indissolubile, che nei nostri paesi i rapporti tra lo stato e le organizzazioni religiose sono profondamente diversi. Se le minoranze religiose hanno tra noi quelle libertà e diritti che spettano a tutti i cittadini, senza eccezione, non ci si può invece appellare, ad esempio, ai principi della legge islamica (shariʿa) per esigere spazi e prerogative giuridiche specifiche.
Occorre perciò elaborare un cammino verso l’integrazione multirazziale che tenga conto di una reale integrabilità di diversi gruppi etnici.
Perché si abbia una società integrata è necessario assicurare l’accettazione e la possibilità di assimilazione di almeno un nucleo minimo di valori che costituiscono la base di una cultura, come ad esempio i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e il principio giuridico dell’uguaglianza di tutti di fronte alla legge.
 Ci sono infatti popoli ed etnie che hanno una storia e una cultura molto diverse dalle nostre e di cui ci si può domandare se intendano nello stesso senso i diritti umani e anche la nozione di legge. Ciò vale a fortiori dove si verificano fenomeni che genericamente chiamiamo col nome di integralismi o fondamentalismi, che tendono a creare comunità separate e che si ritengono superiori alle altre. Ma questo è un problema che nel suo insieme riguarda la comunità civile e la causa della pacifica convivenza tra le etnie ed io mi limito a richiamarlo. Connesso a questo è però il problema della possibilità anche di un dialogo interreligioso senza il quale sembra difficile assicurare una tranquillità sociale. Ora questo dialogo è possibile? Vi sono pronti i mu-
sulmani? Vi siamo pronti noi cristiani?
Come vedete, si passa a poco a poco dai problemi che toccano la comunità civile nel suo insieme a quelli più propriamente religiosi, che consistono sostanzialmente, per noi cristiani, nella necessità di valutare e capire a fondo l’islam oggi e nel disporci al massimo di accoglienza e di dialogo possibile, senza per questo rinunciare ad alcun valore autentico, anzi approfondendo il senso del Vangelo. Si tratta in sostanza di rispondere a
domande come queste:

a. Che cosa dobbiamo pensare oggi noi cristiani dell’islam come religione?
b. L’islam in Europa sarà anch’esso secolarizzato, entrando quindi in una nuova fase della sua acculturazione europea?
c. Quale dialogo e in genere quale rapporto sul piano religioso è possibile oggi in Europa tra cristianesimo e islam?
d. La Chiesa dovrà rinunciare a offrire il Vangelo ai seguaci dell’islam?

Islam significa etimologicamente “sottomissione” e in special modo sottomissione a Dio e a quella rivelazione che egli ha fatto di sé. Noi intendiamo qui per islam l’insieme di tutte le credenze e pratiche che si richiamano a Maometto e al Corano, ben consci della complessità di un simile macrocosmo e delle sue molteplici ramificazioni nei secoli. In generale possiamo dire che i “pilastri” dell’islam, accettati da tutti i musulmani,
sono:

  • il riconoscere un Dio solo, creatore, misericordioso e giudice universale, e Maometto come suo profeta definitivo;
  • la preghiera cinque volte al giorno;
  • il digiuno di ramadan;
  • l’imposta per i poveri;
  • il pellegrinaggio alla Mecca una volta in vita;
  • il gihàd interiore, cioè lo sforzo e il combattimento per Dio, da intendersi anzitutto come mobilitazione contro le proprie passioni per una vita giusta e la lotta contro l’oppressione e l’ingiustizia;
  • l’impegno a conformarsi nel privato e nel pubblico a quel modo di vivere chiamato shariʿa, basato sul Corano, seguendo il quale è possibile fare la volontà di Dio in ogni aspetto della vita: religioso, personale, familiare, economico, politico.

Di qui si vede come l’Islam è una religione in cui l’aspetto sociale e civile ha una fondamentale importanza. Anche se i musulmani nel mondo sono oggi diversi per origine etnica e correnti religiose interne e sono cittadini di diversi stati indipendenti, rimane però vero che la fede musulmana è di per se stessa un universalismo che oltrepassa le frontiere e rimane sensibile a grandi appelli al ritorno alle origini, così come avviene oggi nei movimenti fondamentalisti. Se non è facile parlare di Islam in generale, in conseguenza della storia molto complessa e ricca di questa religione, più
difficile ancora è definire il fenomeno dell’Islam tra noi, dell’Islam in Europa. Troppo recente infatti è il suo nuovo tipo di presenza nell’Europa occidentale ed è difficile persino stabilirne le misure quantitative.
I musulmani nella grande Europa sono circa 23 milioni. Il paese che ne ha la più alta percentuale è senza dubbio l’Unione delle Repubbliche Sovietiche. Seguono la Francia con 2 milioni e mezzo, la Germania ex Federale con 1.700.000, l’Inghilterra con 1 milione. Per l’Italia si parla di cifre, tra regolari e clandestini, che vanno da 180.000 a 300.000 unità, ma probabilmente il numero è oggi più alto. Paesi molto più piccoli di noi rilevano una presenza proporzionalmente assai più elevata, come l’Olanda che ne ha 300.000 o il Belgio che ne ha 250.000. La presenza tra noi non è quindi
numericamente molto rilevante, ma si è fatta vistosa negli ultimi anni, anche perché il loro arrivo in Italia ha coinciso con una ripresa delle correnti
più integraliste. E’ forse la percezione di questo aspetto che sta creando tra noi un certo disagio e malessere, suscitando alcune delle domande alle
quali tenterò di rispondere.

In quanto comunità cristiana, quali sono i principi a cui ci richiamiamo in questa materia?

Possiamo rifarci per brevità a due tipi di testi. Anzitutto a quelli del Concilio Vaticano II, che ha parlato dei musulmani soprattutto in due luoghi. Al n.
16 della Lumen Gentium si dice che “il disegno di salvezza abbraccia anche coloro che riconoscono il Creatore e, tra questi, in particolare i musulmani, i quali professano di tenere la fede di Abramo, adorano con noi un Dio unico, misericordioso, che giudicherà gli uomini nel giudizio finale”. Nel decreto Nostra Ætate (letteralmente Nostro Tempo) sulle relazioni della Chiesa cattolica con le religioni non cristiane si dice in generale che “la Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni” e “considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere quei precetti e quelle dottrine che non raramente riflettono un raggio di quella Verità che illumina tutti gli uomini”. In particolare afferma di guardare con stima ai musulmani che “cercano di sottomettersi con tutto il core ai decreti di Dio anche nascosti, come si è sottomesso anche Abramo, a cui la fede Islamica volentieri si riferisce” (n. 2). E a proposito dei “dissensi e inimicizie che sono sorti nel corso dei secoli tra cristiani e musulmani”, il Concilio “esorta tutti a dimenticare il passato e ad esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà” (n. 3).
Il Concilio ha avuto dunque cura di richiamare elementi comuni a cristiani e musulmani. Per questo è anche significativo che esso abbia omesso
altri temi importanti per l’islam. Non vengono menzionati dai testi conciliari né Maometto, né il Corano, né l’Islam inteso come essenziale nesso
comunitario tra i credenti, né il pellegrinaggio alla Mecca, né la shariʿa. Viene menzionata la comune ascendenza abramitica, ma non Gesù, che
nell’Islam è presente e però è assai lontano da come lo vede il cristianesimo. Per i musulmani Gesù, il figlio di Maria Vergine – e la figura di Maria è venerata presso i musulmani -, non è né profeta definitivo, né il Figlio di Dio e neppure è morto realmente sulla croce. Manca così la dimensione vera e propria della redenzione. Ai testi conciliari che già indicano, malgrado le omissioni sopra notate, con quale rispetto, con quale apertura di spirito e prontezza di dialogo deve procedere un cristiano nel riflettere sull’Islam, possiamo ancora aggiungere un testo di Giovanni Paolo II che potrà fugare anche i dubbi di quanti temono che mediante la frequentazione e il dialogo con l’Islam venga meno la chiarezza della fede cattolica. Dice Giovanni Paolo II nella sua prima enciclica Redemptor Hominis al n. 11: “Il Concilio ecumenico [Vaticano II] ha dato un impulso fondamentale per formare l’autocoscienza della Chiesa, offrendoci in modo tanto adeguato e competente la visione dell’orbe terrestre come di una “mappa” di varie religioni”. Il Concilio “è pieno di profonda stima per i grandi valori spirituali, anzi, per il primato di ciò che è spirituale e trova nella vita dell’umanità la sua espressione nella religione e, inoltre, nella moralità, con diretti riflessi su tutta la cultura. Per l’apertura data dal Concilio Vaticano II, la Chiesa e tutti i cristiani hanno potuto raggiungere una coscienza più completa del mistero di Cristo, “mistero nascosto da secoli” in Dio, per essere rivelato nel tempo, nell’uomo Gesù Cristo e per rivelarsi continuamente in ogni tempo”.

Giovanni Paolo II non vede dunque opposizione, anzi convergenza, tra l’attenzione al dialogo interreligioso e l’accresciuta coscienza della propria fede
.
E’ con questo spirito e con questa fiducia che cerchiamo di rispondere alle domande che ci siamo posti all’inizio.

(Pubblicazione successiva)

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